Archivio per la categoria ‘lavoro’

h1

crisette di rigetto

Marzo 17, 2008

penso di dedicarmi con una certa tempestività alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. non è possibile che la gente vada a new york o londra per lavoro e io vada a monselice. che, con tutto il bene del mondo che posso volere alla bassa padovana, non è esattamente paragonabile alle città di cui sopra.

le faremo sapere…

h1

road trip – a very very long post

Febbraio 22, 2008

c’è chi dice che cani e padroni si assomigliano. ecco, credo anch’io. e questo assomiglia al mio compagno di viaggio dell’altro giorno. Eccone una cronaca…

Il cliente, che chiameremo Graziano per proteggere la sua immagine, mi aspetta alle 6.00 a Conselve -vi tralascio il trauma del risveglio alle 5, la vestizione per l’udienza, la strada con gli occhi a saracinesca abbassata- immobile nel suo gippone. Dobbiamo andare a Terni, dove, ricorderete, ero già andato proprio per lui. Graziano nella vita fa l’autotrasportatore. Beh, non è esatto: “mi guido i camio” e l’ampio spazio nell’arcata dentale inferiore mi accoglie all’ingresso in macchina, pronto a mettersi sulla strada. Diciamo che ero un po’ preoccupato per come fosse vestito, ma appena l’ho guardato ho capito che aveva capito l’importanza dell’avvenimento ed aveva indossato una elegantissima camicia di flanella su un pantalone beige chiaro (che ben divide in due parti le rotondità addominale) e l’immancabile orologio d’oro delle grandi occasioni sui capelli ricci impomatati.

Ovviamente primi chilometri di studio reciproco, considerazioni sulla sveglia, niente di che. Sono bastati due minuti e Graziano, che mi aveva visto solo una volta prima d’allora, ormai è a suo agio. dalle ore 6.02 alle 8.30, prima sosta colazione, ho sentito un numero imprecisato di bestemmie. Mica era incazzato, è che la frase tipo di Graziano, ad es. “Voeva cambiare a machina ma no se scarica più gnente anca se a xe imatricoà autocaro ” viene punteggiata nella sua vocina stridula a metà tra alvin superstar e paperino (ma in più G. parla piano, che la maggior parte delle volte proprio non si sente qul che dice) da locuzioni tipo “ghetto capìo” (o la forma veloce “‘eto capìo“) e “dyucan” di cui ora vi mostro l’utilizzo. “Voeva ghetto capìo cambiare a machina ghetto capìo dyucan ma no se scarica più gnente dyucan anca se a xe imatricoà autocaro dyucan ghetto capìo 1. Come avrete capito la poetica di G. è qualche cosa che va oltre i tradizionali stilemi linguistici: non solo al posto della virgola viene usato dyucan ma ci sono innovazioni e invenzioni che vanno oltre la nostra comprensione.

Comunque, la discussione è stata appassionante sin dall’inizio. Non solo ho potuto rinfrescargli per 5 volte il perchè dell’udienza a Terni “ma mì so de Padova2 ma ho anche potuto 3 avere notizie sulle più recenti innovazioni della rete stradale da noi percorsa “el xe novo sto ‘utogril ghetto capìo” e mentre penso 4 che cazzo è sto odore…verrà da fuori, è la quarta volta che lo sento, non è possibile che venga da fuori, realizzo che G. ha un rilascio orario di gas metano da far invidia a un metanodotto e, soprattutto, sta scoreggiando senza emettere rumore da quando sono in macchina.

Il viaggio scorre (5-7). Sono più o meno le 10.00 quando G. mi sta raccontando alcuni suoi personali ricordi di viaggio in romania “i se inbriaga 8 ‘eto capìo, e i se da dyucan, ma sangue dal naso anca … ma setto che bòna a bira che i gà? ” e mi racconta di una grigliata; e in particolare di una pluri-divorziata rumena “e a xe anca inteijente” che sembrava essere attratta da lui per qualche motivo a me oscuro e lui con un coraggio da vero cuordileone la allontana e le impedisce di sedersi vicino a lui a tavola per via di un paio tra ex e attuali spasimanti rumeni presenti anch’essi alla griliata e verosimilmente pronti alla fase di cui sopra, si sente un boato e la macchina comincia a ondeggiare a destra e sinistra. Ci fermiamo e G. estrae fiero ‘a querta che tiene in bagagliaio per queste occasioni. Si scopre che a xe saltada ‘na vida dyugà ma tutte a mi e me capita , vite che collega la trasmissione alla ruota posteriore destra e si inizia la ricerca di un meccanico.

Trovata, dopo poco, un’officina G. espone il suo caso (e di certo non usando l’italiano) e chiede di potersi riparare la macchina da solo. Ovviamente non sarà così, ci si metteranno addirittura in due (G. stigmatizzerà a lungo poi questo fatto, anche nel corso del lavoro “ara che lavori! in du’! in du’, pa na vida!“) e alla fine, dopo una mezz’oretta di lavoro, il meccanico gli chiede venti euro (con la faccia di uno che dice mah, dammi ste due lire proprio per dire di non aver lavorato gratis…): G. gliele allunga come se gli stesse dando le 20 euro della sua prima comunione. Nell’ora successiva il refrain della conversazione: “Se g’era a casa, me a cambiava mì a vida ghetto capio!

395 km dalla partenza e quasi 6 ore dopo, siamo finalmente a Terni a mezzogiorno. Dopo aver fatto in tribunale, all’una ripartiamo e G. ha giustamente fame. Cerchiamo “una zona industriae dove che ghe sia na tratoria” e dopo aver insinuato che in Umbria non si mangia, troviamo un posto fuori dalla superstrada, a Sangemini. Menù fisso, 15 €. Ordiniamo, uscendo in realtà dal menù fisso, e si mangia. “Parchè mi me piaxe i primi ghetto capio. e no la roba alla piastra.” – fa Graziano. e mentre si bulla di aver detto in faccia a un ristoratore di Limena “dyugan, tientea la roba aea piastra !” , arriva la cameriera e G. ne approfitta per chiedere dei secondi: “ma la carne come xea?“.

Purtroppo, come immaginerete, la triste notizia è che in dotazione c’è solo la piastra. “Ah Madona …”- esclama a alta voce G. come flagellato da una terribile punizione divina, e mentre penso non lo farà davvero, lo fa, anche se smorzando la voce.

Qualche minuto dopo aver ripreso la superstrada, G. 10 è visibilmente affaticato dal litro di vino bianco che abbiamo bevuto (beh, forse più io che lui) e inizia a fare dei gesti in loop, come se fosse una nuova danza. Grattatina braccio dx, rimette mano sul volante; mano dx che stropiccia gli occhi e mano sul volante; mano sx che accarezza mento e poi mano dx che tocca il naso, e ciò ad libitum. Mi fa : “A prima area de servissio se butemo du’ ore“. Credo scherzi, ma realizzo che non è così quando mette la freccia e si ferma, ribalta il sedile e al motto di “ah, mì, caro, no vago mia a mettarme in pericoeo” chiude gli occhi e in tre secondi attacca la segheria.

Ovviamente, io non ho dormito nei 45 minuti successivi in cui G. ha avuto modo di girarsi 11-12 russare e rigirarsi più volte, sebbene in qualche modo il pasto, il vino e l’aria pesa della macchina me lo facessero desiderare. Ripartiamo, e – incomprensibilmente – la conversazione langue. A un certo punto, azzardo un “Bella l’Umbria, eh?”. Risposta: “Eh. – seguono 20/25 secondi di silenzio -Tante coline“.

Scorre nel frattempo 13-15 la Romagna, poi l’Emilia, sotto i nostri silenzi, riempiti dall’autoradio, con Graziano che tiene il tempo con la mano che tiene sul cambio, e si lancia addirittura in scossettine sulle note di Prince ” U don’t have 2 be rich
2 be my girl… “.

Sono le 19.30, e da Ferrara in poi, è stata un’agonia… anche se ormai siamo quasi arrivati, non ne posso davvero più. All’altezza di Anguillara Veneta, finalmente, arriva in zona cesarini il gol della bandiera: G. 16-Scriptabanane 1! La partita si chiuderà un quarto d’ora dopo, con il punteggio fissato sul 16-3.

Ah. quasi dimenticavo. L’udienza? Non c’è stata, mancava il giudice. :)

h1

lunedì

Febbraio 4, 2008

img_0056_2.jpg

oggi ho la stessa produttività di uno spazzino campano.

h1

2days, fragments of – (a very personal post)

Febbraio 1, 2008

ritorno alla postazione lavorativa e non resisto.

vi voglio raccontare questi due giorni. ho viaggiato: non granchè, in realtà, fino a terni e ritorno…ma quel che conta è che sono stati momenti emozionanti, e questi sono dei frammenti, seppure in ordine sparso.

il treno, sì. alle volte il treno è proprio il mezzo giusto. è il mezzo giusto per indignarsi di suonerie troppo alte, per sorridere a una bambina di 20 mesi che con il rumore del suo ciuccio ritrova pace, e occhi curiosi per sgattaiolare ciondolando di qua e di là… un secondo prima nella disperazione più cupa e il secondo dopo, tutto passato!

il treno è il mezzo giusto per finire “Molto forte, incredibilmente vicino” di J. S. Foer (quello di “ogni cosa è illuminata“) e trovare uno sguardo su quello che ha rappresentato per le famiglie l’11 settembre, una tragedia collettiva ma vista dalle voci di un bambino che ha perso il padre (e cerca la serratura che si apre con una chiave trovata in un vaso visitando uno per uno i Black presenti sull’elenco) e dalla voce della nonna che aveva perso il marito, sopravvissuto ai bombardamenti di Dresda e che a causa di questi aveva smesso di parlare, e aveva tirato su da sola il figlio morto quel giorno.

e poi c’è roma. un amico che ti viene a prendere in stazione e ti racconta della via italiana alla disorganizzazione del lavoro partendo dalla sua esperienza… e ti racconta di speranze quasi disilluse e precarietà economica, di domande che si fanno all’arrivo dei 30 anni e di coinquilini che prendono i coltelli per discutere delle bollette…

la carbonara. il mazer inferno valtellina superiore. il millefoglie con crema chantilly e ananas caramellati.

carlo, presto tassinaro, che lui l’autista l’ha fatto per 18 anni e ha portato in giro un sacco di gente famosa: lù ridd, montella, luisa ranieri che stava cò montalbano ma io n’a guardo a televisione e nun me lo sò filato neppure de striscio che manco sapevo chi era, questo cd me l’hanno dato i beckstritt boiss e dentro c’è un misto di robba che ascoltano loro, a jespica che io c’ho il numero e i principi arabi che nun sanno nemmeno che voglioni dì lì sordi da quanti ce n’hanno… certo carlo, eh beh. m-mh. davvero sei riuscito a farti la foto con una guardia svizzera? a-ah! e mentre questo mi riempie la testa di fregnacce alle 7,30, roma mi scorre davanti, bella e sporca al tempo stesso: un pezzo del colonnato del bernini, il tevere, castel sant’angelo come in un lungo piano sequenza vorrebbero il giusto silenzioso rispetto che purtroppo non arriva…

dal finestrino di un treno guardo il lago di san liberato e mi fa voglia di tornarci…

gli interni in finta radica di un altro taxi, ma sedili in pelle morbidi come un divano.

un tribunale nuovo, e fotocopie. e udienza che si preparano a saltare…

terni dall’autobus mi pare proprio bruttina.

orte. il suo treno è in ritardo di 40 minuti. ma che importa. ho iniziato “l’eleganza del riccio“, di muriel barbery, e sorrido. mi fa sopportare anche l’odore di giorni distanti dall’acqua di una che mi chiede una sigaretta, che non ho il coraggio di scambiare per una foto e le cui finte crocs fucsia resteranno solo in queste righe.

e l’italia che scorre di nuovo dal finestrino, a tratti grigia a tratti bellissima. foto sfocate e prove che forse non supereranno il tot di decenza necessario all’immissione su flickr, ora che il pez mi ha regalato un account pro per il quale gli sono molto grato… un questuante da treno racconta che deve andare all’ospedale di trieste e ha bisogno di aiuto, grazie, grazie. nel silenzio dello scompartimento al completo, alzo gli occhi sulla sua panza e sul suo bastone, sul baffo e il capello bianco e con voce fredda gli dico “non penso. mi dispiace, arrivederci.” i suoi occhi si scoprono scoperti e, pur trattenendosi in pubblico in un mannaggia a questo, mannaggia a voce alta, balbetta qualcosa di non molto carino nei confronti dei miei natali mentre sgombra il campo.

a tappe forzate, malgrado la luce dello scompartimento non funzioni, divoro pagina per pagina, anche nelle gallerie, uno dei libri più belli letti negli ultimi anni. la storia di una portinaia che finge di rientrare negli stereotipi del caso per mascherare la sua intelligenza e la sete di cultura, a servizio in un palazzo dell’alta borghesia parigina, che si incrocia con quella di una bambina che ha deciso di suicidarsi e dare fuoco alla casa tra qualche mese perchè ha capito che la gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia. non ho bisogno di giustificarmi ma non mi succede mai di commuovermi con un libro. qui in un paio di punti è successo, e così di ridere. lo consiglio vivamente a tutti…

leggo le ultime pagine del libro alla stazione di bologna dove ho ancora un po’ da aspettare. sono ancora emotivamente scosso dalla fine del romanzo quando arriva uno che con un teatro tossico di un certo livello mi scuce 15 euro. è importante per me sapere che non sono solo, sì certo che i soldi sono importanti, ma è sopratutto importante sapere che non sono solo…ti ringrazio davvero…perchè tu lo sai che l’equilibrio psicofisico del sè parallelo… mentre riprendo il treno mi chiedo come sia stato possibile.

non vedo l’ora di arrivare a casa. dalla donna che amo. e chiederle se ha pensato un nome per il gatto. e porca puttana come ho fatto a dargli 15 euro?

h1

un post di pubblica utilità

Novembre 23, 2007

abbiamo una certa età e tutti noi maschi, chi più chi meno, all’ingresso del fatidico mondo del lavoro (oppure in occasione di un matrimonio) ci siamo scontrati con una – tra le altre – difficoltà. Il nodo alla cravatta. ecco, con disegni e tutto, come fare

h1

palasina noa

Ottobre 10, 2007

che giornata… dovevo andare a bergamo per lavoro  (vi risparmio dettagli sulle code in autostrada, ma vi assicuro che non son stati bei momenti) e  avendo finito  attorno all’ora di pranzo, mi sono ricordato che un grosso tir mi aveva quasi tagliato la strada per girare a destra poco prima della mia destinazione; lì avevo visto una notevole concentrazione di camion e un simpatico cartello “azienda agrituristica menù fisso 10 euro”, sapientemente corretto a 11.

cosa volete…mi ci sono fiondato. e lì, sotto una grande falda del tetto, con travi a vista poggiate sui muri di un cascinale che era lì da molto molto prima che nascessimo, ho trovato un’italia che non mi capita quasi mai di vedere. Camice di flanella con le maniche tirate su, tatuaggi fatti “alla vecchia” su avanbraccia forti; un menù pensato per chi ha da fare fatica, il pomeriggio, e ne ha fatta anche la mattina. Il tavolone, lungo una trentina di coperti, e ti siedi vicino a qualcuno, dove ti ha detto la cameriera. Un baffo folto, e tante rughe sulla faccia del mio vicino. Una chioma ossigenata qualche mese fa, troppi mesi fa. E non importa se la carbonara odorava troppo di porco, né se i bocconcini di vitello ai funghi erano troppo duri (in compenso i funghi erano buonissimi…). Le bottiglie di liquori sulla tavola, chè il caffé te lo correggi da solo, ed è compreso nel prezzo. Non dimenticherò come ho guardato quelle persone,  cercando di capire che lavoro facessero, se fossero camionisti, muratori, imbianchini, elettricisti o operai. l’unica cosa che mi dispiace è di non aver avuto una macchina fotografica con me: quelle facce avevano davvero tanto da dire, a chi avesse avuto voglia di ascoltare.

Se aveste voglia di capitarci, qui le indicazioni del caso.

h1

passatempi

Settembre 11, 2007

è da stamattina che lavoro come una bestia, lettere, fax, raccomandate, appuntamenti… di tutto un po’. Ora che il mio folto (?) pubblico sicuramente non pagante mi reclama, io lo accontento e gli regalo un altro modo di dar sfogo ai propri istinti più bassi. La faccio rapida, che non c’è tempo da perdere: cosa c’è di meglio di sollevare la gente per aria e scagliarla a terra? Virtualmente, intendo… Ecco in soldoni questo è lo spirito di “Pillage the village”, con un annotazione: più forte li sbattete a terra (o in aria) più soldi vi frutterà la questione…

Play Pillage The Village

Più avanti ci confronteremo, io sono una schiappa come al solito. Poi c’è chi lavora molto più di me e mi manda le mail con i suoi trionfi al gioco…

h1

a little gossip never killed anyone

Settembre 5, 2007

Uno dice: vai a mangiare al bar, che ci sarà di male? E invece, il male c’è. No mamma, non è vero che i panini fanno male allo stomaco… Non è vero e non è per quello, e comunque tu non sai neanche cos’è un blog sicché non stai leggendo tutto questo… (forse devo ricominciare a prendere quelle pastigline che mi tengono tanto quieto) Il male, ripeto, sta nel fatto che la narrativa di accompagnamento al desco giornaliero consiste in : Gazzetta (immancabile!), Il Mattino di Padova (niente Gazzettino, forse è roba troppo seria), Gotha (mensile -?- marchetta di esercenti provinciali) e – last but not least – DiPiù. Il fatto è questo:  uno va a mangiare e magari, prima o durante il pasto, visto che è da solo, si sente più a suo agio leggendo qualcosa, anche perchè tutto ’sto panorama da rimirare o controllare non c’è. Allora, entrando – prima ancora di dire ciao alle bariste – subito butta l’occhio se il giornale è impegnato e qualche volta lo è. Visto che il mio interesse per lo sport scritto è pari a zero, e la Gazzetta è comunque molto ambita, succede che la disperazione mi faccia prendere in mano – lo confesso – DiPiù.

La riga che c’è tra questo paragrafo e il precedente consideratela un momento di suspence, di sbigottimento, di apprezzamento grave di questo outing che mai avreste pensato di udire, o forse solo di un momento di tragica compassione e humana pietas nei confronti dello scrivente; consideratela come volete ma sappiate che Luca Dorigo torna sul trono a Uomini e Donne! Cioè posso capire che il ragazzo, dopo essersela presa in quel posto due volte da una certa Amalia (sempre nella stessa trasmissione che in un periodo di incerta salute di mente o forse solo demenza postprandiale mi è successo di aver guardato), e dopo essersi visto cornificare in diretta tv in un altro reality (GF), abbia avuto un momento di sbandamento e si sia lasciato convincere a questa piccola partecipazione a La Fattoria (un reality di un certo livello, che andava talmente bene che a metà strada hanno cambiato le squadre e pure aggiunto gente, ossia Luca) nella quale giocava il ruolo che gli riesce meglio, quello di una persona buona con saldi principi. Quello che non capisco – o meglio capisco il momento conto in banca – è come possa essersi lasciato trascinare un’altra volta in un ruolo da tronista che a questo punto secondo me non si toglierà più. Vero che il forte accento veneto gli avrebbe impedito una carriera da attore, ma cristo in qualche parte del mondo li stamperanno ancora i fotoromanzi, Luca, ti fai fare due foto e finisce lì, al resto pensano gli altri: vestirti, pettinarti, cosa farti dire e non lo devi nemmeno dire, c’è un fumetto apposta… tu continui a fare le tue orette di palestra e tutto andrà bene, ok?

Dopo questa mia modesta proposta, che peraltro lascia poco spazio a ogni discussione, vi rendo edotti che non c’è solo Veronica Lario a scrivere pubbliche lettere al marito. No signori, in casa Mediaset la via segnata da Veronica inizia a essere un’autostrada: c’è passata di recente anche la moglie di Demo Morselli, che chiedeva al marito di disfarsi di qualcuno degli animali che tiene in casa. E Demo come Silvio risponde, ma senza calare le brache e gli dice che i suoi 7 pappagallini li tiene tutti e non dà via neanche un criceto, va bene?  Se poi ci fosse scritto qualcos’altro non lo so, nè so quanti siano questi “numerosi” animali nell’occhiello, so che a un certo punto ho iniziato a impallidire e a girare vorticosamente la pagine come se in me fosse in atto una trasformazione. Intanto ho sentito il bisogno di una manicure, e poi di spinzettarmi le sopracciglia. Poi,  sorpassate un paio di madonne che piangono e che concedono grazie e l’immancabile ricetta del Vip-ma chi cazzo è questo che c’ha una faccia conosciuta come quella di un vigile che ti ferma per darti una multa, che l’hai già visto da qualche parte ma che se lo ritrovi gli dai un sacco di legnate- quando il peggio sembrava passato, sfogliando sfogliando ritrovo sulle colonne di Dipiù una storia de noantri. Don Sante. Quello che pare abbia fatto un figliolo che però non lo può dire, che però lui è un prete innamorato e se io ho fatto un errore è di essermi innamorato ma non c’è un canone del codice di diritto canonico che impedisca ai preti di innamorarsi o li punisca per questo (dichiarazione realmente resa alla stampa locale)… Quello che alla fin fine non ha fatto niente di nuovo (do you remember Sophia in “La Moglie del prete”, tra l’altro ambientato anche a Padova) nè di realmente scandaloso, visto che di preti che fanno malefatte ce n’è tanti e ne fanno pure peggio di così. Ma nel DNA del cattolicesimo c’è la confessione, espii e una bella spugna divina ti ripulisce (anche il resto funziona così in Italia ma il meccanismo si chiama prescrizione )… A prescindere dal mio anticlericalismo d’acchito e da quattro soldi, quello che vi stavo raccontando è che per fortuna a quel punto il mio panino era finito, la bottiglietta d’acqua pure, ero ritornato uomo e dei dettagli della storia (o di come veniva raccontata, che poteva essere forse più interessante) non ne ho voluto sapere nulla. Ho chiuso il giornale e incredibimente rasserenato dalla pausa pranzo, ho ripreso la strada verso la tastiera, grattandomi pure un po’ dietro il culo.

h1

ma come si fa?

Agosto 28, 2007

quando uno si porta il pranzo da casa, nella specie, una bella insalatona (rucola/pomodorini/grana/no maionese), sana (ripeto: no maionese, e lo so che ci stava…il tonno non ce l’avevo sennò lo scolavo dall’olio e ce lo mettevo), colorata e gustosa, nel suo bel contenitorino di plastica, che ha perfino i piedini per il maggior grip all’austera scrivania, comprato apposta delle dimensioni ideali per starci in borsa, costato pochissimo (li mortacci…macchè pochissimo, ancora mi chiedo come ho fatto a dargli 6 €! mi sa che la colpa è dei piedini…). nonostante tutte queste situazioni favorevoli, una gran fame e tutto, ecco guardo nel cassetto dove solitamente ripongo gli effetti personali: tac! estraggo tovagliolo, e tac! coltello, tac! cucchiaio giallo di plastica, tac! dove cazzo è la forchetta?

ma porca maremma. e adesso, piadina al bar?

Tra parentesi, oggi c’è la fiera a Conselve. Le strade brulicano di bancarelle, e salgono alla finestra le chiacchiere svogliate dei cinesi… Ah, per non parlare dei problemi di parcheggio stamattina, stavo per pagare 2€ per il parcheggio custodito?! L’unica cosa che mi dispiace è di aver perso il cabaret di bepy e maria.

aggiornamento: ho mangiato con il cucchiaino.  e il mitico supercontenitore con l’effetto sottovuoto mi ha sporcato l’austera scrivania, nel tentativo di chiuderlo. ma porca… e i cinesi son sempre qui sotto che sghignazzano. sai che c’è? vado a vedere che stanno a fà!

h1

6 indizi che lavori in campagna

Luglio 25, 2007

1. Andando a lavorare, ti ritrovi almeno due volte alla settimana in coda dietro ad un trattore.

2. La padrona del supermarket di fronte a dove lavori non riesce a pronunciare la parola “mortadella”, che sostituisce immancabilmente con “mortandea”.

3. Il tuo capo, quando ti spiega che il lavoro che fai si basa essenzialmente sulle relazioni interpersonali, usa con convinzione la parola “rapportualità”, seguita da “se no, no ‘ndemo da nessuna parte”.

4. Nessuno riesce a pronunciare correttamente la doppia “s” di Alessandro.

5. Nel tragitto verso la tua scrivania, incroci animali che credevi estinti nella pianura padana, come forma di civiltà superiore fondata sul cemento e sul capannone.

6. Solo in un paese dimenticato da dio, può esserci un concerto di bobby solo in occasione della sagra.