Archivio per la categoria ‘life’

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cosa resterà di questa mia estate

Settembre 1, 2008

i capelli di takeshi kitano sui quali passava la mano abbassando la testa, alla presentazione ufficiale del suo akires to kame alla mostra del cinema di venezia. una presenza casuale all’esibizione di vinicio capossela in piazza del campo, visto da un balcone che si affacciava sulla stessa. il mare cristallino dell’isola d’elba e i lavoratori napoletani del traghetto che fornivano contemporaneamente indicazioni confliggenti su dove dovessi andare con la macchina. la visione di quattro serie di the wire. la trattativa per comprare una casa. la mia prima dichiarazione dei redditi. una presenza casuale sul posto di lavoro. le foto che non sono riuscito a fare. un fine settimana al lido con tromba d’aria. l’aumento vertiginoso di peso cui cercare di porre rimedio. heath ledger che fa una rapina, visto su uno schermo infinito. un paio di migliaia di chilometri caricati sulla macchina. una visita in ospedale in trasferta. le serate con gli amici e il gatto come mio unico argomento di conversazione-attenzione. i mille turni di notte fatti dalla marghe al lavoro. una grigliata con complessino e zanzare dotate di pompe ematovore. la traversata sulla laguna di marano in direzione lignano. londra, e le foto che ho fatto.  la voglia veramente indomabile di fare un cazzo al lavoro e l’apertura di un tumblr. le frasi che non ho detto e il misero tentativo di recuperare un rapporto reale con i miei amici. cinque punti in meno sulla patente per 14 miseri km orari in più. la lettura de “Il piccolo isolazionista” di Tommaso Labranca. il ritornare potente dei ricordi delle lunghe estati in friuli, anni fa. il birillo firmato dal dude, in una zingarata d’altri tempi.

l’angolo del chissenefrega può chiudersi qui.

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tra cani e padroni bologna è piena di stronzi

Giugno 18, 2008

questo il concetto che mirabilmente ho trovato espresso da questo muro. e sì che la visita aveva un motivo nobile. cioè, per quanto sia nobile salire in macchina, caricare un amico e andare a 100 all’ora in autostrada (economy run, per raggiungere nuove vette in ordine al consumo medio del mio veicolo). arrivare a bologna, nel nugolo di tangenziali e uscite e caselli, ma una volta tanto senza perdersi. a casa di johnny, un mezzo accordo per le registrazioni di un programma radio che fa la sua ragazza. poi, via, che siamo in fibrillazione io e titarelli. c’è da incontrare il grande lebowski, al secolo jeff dowd. the dude, il drugo, lui. da uno tra i miei film preferiti. birrette gratis, unite a quelle acquistate dai paki, alla fin fine non ero esattamente dritto. ma siccome vantarsi delle birrette bevute mi sembra un filino adolescenziale, passiamo oltre. il mio vero problema è che il dude non mi ha lasciato offrirgli un white russian, glissando amabilmente su “i think i’ll have a beer”. siccome abbiamo visto che non ho più voglia di scrivere, vi sparacchio lì sta foto e non ne parliamo più, ok.
the dude tito and me-

comunque il birillo pesava un casino.

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keep repeating: it’s just an object

Aprile 20, 2008

my car

it’s just an object,it’s just an objectit’s just an objectit’s just an object…

solo un oggetto certo, ma è pur sempre la mia prima macchina. ed è bellissima.

no, non ci posso fare un trasloco. ma m’importa una ****.

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un altro sabato

Marzo 29, 2008

da solo. mia moglie è a scuola di specializzazione, e la casa è un disastro. c’è un filo di sole e una lista di telefonate da fare talmente lunga che forse non ne farò alcuna. dopo i portishead e il loro terzo album, itunes ha deciso di far andare i radiohead, ottimi per ritrovarsi in un nugolo di pensieri, ma meno per essere attivi. di buono c’è che non c’è del rugby da guardare e le probabilità di rimettere in sesto questa giornata -almeno nel pomeriggio- aumentano…

e dopo la paura di dovermi separare dal mac per quella questione di condensa alla lettera d, posso dirvi che lo spavento è passato e che ora vorrei tanto scrivere solo parole con la DDDDDDDD :D

vi lascio con una domanda: che si fa col cliente pittore che vi regala un quadro e ve lo firma sul retro dedcandolo “al mio amico avv stefano”? STEFANO???

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crisette di rigetto

Marzo 17, 2008

penso di dedicarmi con una certa tempestività alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. non è possibile che la gente vada a new york o londra per lavoro e io vada a monselice. che, con tutto il bene del mondo che posso volere alla bassa padovana, non è esattamente paragonabile alle città di cui sopra.

le faremo sapere…

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road trip – a very very long post

Febbraio 22, 2008

c’è chi dice che cani e padroni si assomigliano. ecco, credo anch’io. e questo assomiglia al mio compagno di viaggio dell’altro giorno. Eccone una cronaca…

Il cliente, che chiameremo Graziano per proteggere la sua immagine, mi aspetta alle 6.00 a Conselve -vi tralascio il trauma del risveglio alle 5, la vestizione per l’udienza, la strada con gli occhi a saracinesca abbassata- immobile nel suo gippone. Dobbiamo andare a Terni, dove, ricorderete, ero già andato proprio per lui. Graziano nella vita fa l’autotrasportatore. Beh, non è esatto: “mi guido i camio” e l’ampio spazio nell’arcata dentale inferiore mi accoglie all’ingresso in macchina, pronto a mettersi sulla strada. Diciamo che ero un po’ preoccupato per come fosse vestito, ma appena l’ho guardato ho capito che aveva capito l’importanza dell’avvenimento ed aveva indossato una elegantissima camicia di flanella su un pantalone beige chiaro (che ben divide in due parti le rotondità addominale) e l’immancabile orologio d’oro delle grandi occasioni sui capelli ricci impomatati.

Ovviamente primi chilometri di studio reciproco, considerazioni sulla sveglia, niente di che. Sono bastati due minuti e Graziano, che mi aveva visto solo una volta prima d’allora, ormai è a suo agio. dalle ore 6.02 alle 8.30, prima sosta colazione, ho sentito un numero imprecisato di bestemmie. Mica era incazzato, è che la frase tipo di Graziano, ad es. “Voeva cambiare a machina ma no se scarica più gnente anca se a xe imatricoà autocaro ” viene punteggiata nella sua vocina stridula a metà tra alvin superstar e paperino (ma in più G. parla piano, che la maggior parte delle volte proprio non si sente qul che dice) da locuzioni tipo “ghetto capìo” (o la forma veloce “‘eto capìo“) e “dyucan” di cui ora vi mostro l’utilizzo. “Voeva ghetto capìo cambiare a machina ghetto capìo dyucan ma no se scarica più gnente dyucan anca se a xe imatricoà autocaro dyucan ghetto capìo 1. Come avrete capito la poetica di G. è qualche cosa che va oltre i tradizionali stilemi linguistici: non solo al posto della virgola viene usato dyucan ma ci sono innovazioni e invenzioni che vanno oltre la nostra comprensione.

Comunque, la discussione è stata appassionante sin dall’inizio. Non solo ho potuto rinfrescargli per 5 volte il perchè dell’udienza a Terni “ma mì so de Padova2 ma ho anche potuto 3 avere notizie sulle più recenti innovazioni della rete stradale da noi percorsa “el xe novo sto ‘utogril ghetto capìo” e mentre penso 4 che cazzo è sto odore…verrà da fuori, è la quarta volta che lo sento, non è possibile che venga da fuori, realizzo che G. ha un rilascio orario di gas metano da far invidia a un metanodotto e, soprattutto, sta scoreggiando senza emettere rumore da quando sono in macchina.

Il viaggio scorre (5-7). Sono più o meno le 10.00 quando G. mi sta raccontando alcuni suoi personali ricordi di viaggio in romania “i se inbriaga 8 ‘eto capìo, e i se da dyucan, ma sangue dal naso anca … ma setto che bòna a bira che i gà? ” e mi racconta di una grigliata; e in particolare di una pluri-divorziata rumena “e a xe anca inteijente” che sembrava essere attratta da lui per qualche motivo a me oscuro e lui con un coraggio da vero cuordileone la allontana e le impedisce di sedersi vicino a lui a tavola per via di un paio tra ex e attuali spasimanti rumeni presenti anch’essi alla griliata e verosimilmente pronti alla fase di cui sopra, si sente un boato e la macchina comincia a ondeggiare a destra e sinistra. Ci fermiamo e G. estrae fiero ‘a querta che tiene in bagagliaio per queste occasioni. Si scopre che a xe saltada ‘na vida dyugà ma tutte a mi e me capita , vite che collega la trasmissione alla ruota posteriore destra e si inizia la ricerca di un meccanico.

Trovata, dopo poco, un’officina G. espone il suo caso (e di certo non usando l’italiano) e chiede di potersi riparare la macchina da solo. Ovviamente non sarà così, ci si metteranno addirittura in due (G. stigmatizzerà a lungo poi questo fatto, anche nel corso del lavoro “ara che lavori! in du’! in du’, pa na vida!“) e alla fine, dopo una mezz’oretta di lavoro, il meccanico gli chiede venti euro (con la faccia di uno che dice mah, dammi ste due lire proprio per dire di non aver lavorato gratis…): G. gliele allunga come se gli stesse dando le 20 euro della sua prima comunione. Nell’ora successiva il refrain della conversazione: “Se g’era a casa, me a cambiava mì a vida ghetto capio!

395 km dalla partenza e quasi 6 ore dopo, siamo finalmente a Terni a mezzogiorno. Dopo aver fatto in tribunale, all’una ripartiamo e G. ha giustamente fame. Cerchiamo “una zona industriae dove che ghe sia na tratoria” e dopo aver insinuato che in Umbria non si mangia, troviamo un posto fuori dalla superstrada, a Sangemini. Menù fisso, 15 €. Ordiniamo, uscendo in realtà dal menù fisso, e si mangia. “Parchè mi me piaxe i primi ghetto capio. e no la roba alla piastra.” – fa Graziano. e mentre si bulla di aver detto in faccia a un ristoratore di Limena “dyugan, tientea la roba aea piastra !” , arriva la cameriera e G. ne approfitta per chiedere dei secondi: “ma la carne come xea?“.

Purtroppo, come immaginerete, la triste notizia è che in dotazione c’è solo la piastra. “Ah Madona …”- esclama a alta voce G. come flagellato da una terribile punizione divina, e mentre penso non lo farà davvero, lo fa, anche se smorzando la voce.

Qualche minuto dopo aver ripreso la superstrada, G. 10 è visibilmente affaticato dal litro di vino bianco che abbiamo bevuto (beh, forse più io che lui) e inizia a fare dei gesti in loop, come se fosse una nuova danza. Grattatina braccio dx, rimette mano sul volante; mano dx che stropiccia gli occhi e mano sul volante; mano sx che accarezza mento e poi mano dx che tocca il naso, e ciò ad libitum. Mi fa : “A prima area de servissio se butemo du’ ore“. Credo scherzi, ma realizzo che non è così quando mette la freccia e si ferma, ribalta il sedile e al motto di “ah, mì, caro, no vago mia a mettarme in pericoeo” chiude gli occhi e in tre secondi attacca la segheria.

Ovviamente, io non ho dormito nei 45 minuti successivi in cui G. ha avuto modo di girarsi 11-12 russare e rigirarsi più volte, sebbene in qualche modo il pasto, il vino e l’aria pesa della macchina me lo facessero desiderare. Ripartiamo, e – incomprensibilmente – la conversazione langue. A un certo punto, azzardo un “Bella l’Umbria, eh?”. Risposta: “Eh. – seguono 20/25 secondi di silenzio -Tante coline“.

Scorre nel frattempo 13-15 la Romagna, poi l’Emilia, sotto i nostri silenzi, riempiti dall’autoradio, con Graziano che tiene il tempo con la mano che tiene sul cambio, e si lancia addirittura in scossettine sulle note di Prince ” U don’t have 2 be rich
2 be my girl… “.

Sono le 19.30, e da Ferrara in poi, è stata un’agonia… anche se ormai siamo quasi arrivati, non ne posso davvero più. All’altezza di Anguillara Veneta, finalmente, arriva in zona cesarini il gol della bandiera: G. 16-Scriptabanane 1! La partita si chiuderà un quarto d’ora dopo, con il punteggio fissato sul 16-3.

Ah. quasi dimenticavo. L’udienza? Non c’è stata, mancava il giudice. :)

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2days, fragments of – (a very personal post)

Febbraio 1, 2008

ritorno alla postazione lavorativa e non resisto.

vi voglio raccontare questi due giorni. ho viaggiato: non granchè, in realtà, fino a terni e ritorno…ma quel che conta è che sono stati momenti emozionanti, e questi sono dei frammenti, seppure in ordine sparso.

il treno, sì. alle volte il treno è proprio il mezzo giusto. è il mezzo giusto per indignarsi di suonerie troppo alte, per sorridere a una bambina di 20 mesi che con il rumore del suo ciuccio ritrova pace, e occhi curiosi per sgattaiolare ciondolando di qua e di là… un secondo prima nella disperazione più cupa e il secondo dopo, tutto passato!

il treno è il mezzo giusto per finire “Molto forte, incredibilmente vicino” di J. S. Foer (quello di “ogni cosa è illuminata“) e trovare uno sguardo su quello che ha rappresentato per le famiglie l’11 settembre, una tragedia collettiva ma vista dalle voci di un bambino che ha perso il padre (e cerca la serratura che si apre con una chiave trovata in un vaso visitando uno per uno i Black presenti sull’elenco) e dalla voce della nonna che aveva perso il marito, sopravvissuto ai bombardamenti di Dresda e che a causa di questi aveva smesso di parlare, e aveva tirato su da sola il figlio morto quel giorno.

e poi c’è roma. un amico che ti viene a prendere in stazione e ti racconta della via italiana alla disorganizzazione del lavoro partendo dalla sua esperienza… e ti racconta di speranze quasi disilluse e precarietà economica, di domande che si fanno all’arrivo dei 30 anni e di coinquilini che prendono i coltelli per discutere delle bollette…

la carbonara. il mazer inferno valtellina superiore. il millefoglie con crema chantilly e ananas caramellati.

carlo, presto tassinaro, che lui l’autista l’ha fatto per 18 anni e ha portato in giro un sacco di gente famosa: lù ridd, montella, luisa ranieri che stava cò montalbano ma io n’a guardo a televisione e nun me lo sò filato neppure de striscio che manco sapevo chi era, questo cd me l’hanno dato i beckstritt boiss e dentro c’è un misto di robba che ascoltano loro, a jespica che io c’ho il numero e i principi arabi che nun sanno nemmeno che voglioni dì lì sordi da quanti ce n’hanno… certo carlo, eh beh. m-mh. davvero sei riuscito a farti la foto con una guardia svizzera? a-ah! e mentre questo mi riempie la testa di fregnacce alle 7,30, roma mi scorre davanti, bella e sporca al tempo stesso: un pezzo del colonnato del bernini, il tevere, castel sant’angelo come in un lungo piano sequenza vorrebbero il giusto silenzioso rispetto che purtroppo non arriva…

dal finestrino di un treno guardo il lago di san liberato e mi fa voglia di tornarci…

gli interni in finta radica di un altro taxi, ma sedili in pelle morbidi come un divano.

un tribunale nuovo, e fotocopie. e udienza che si preparano a saltare…

terni dall’autobus mi pare proprio bruttina.

orte. il suo treno è in ritardo di 40 minuti. ma che importa. ho iniziato “l’eleganza del riccio“, di muriel barbery, e sorrido. mi fa sopportare anche l’odore di giorni distanti dall’acqua di una che mi chiede una sigaretta, che non ho il coraggio di scambiare per una foto e le cui finte crocs fucsia resteranno solo in queste righe.

e l’italia che scorre di nuovo dal finestrino, a tratti grigia a tratti bellissima. foto sfocate e prove che forse non supereranno il tot di decenza necessario all’immissione su flickr, ora che il pez mi ha regalato un account pro per il quale gli sono molto grato… un questuante da treno racconta che deve andare all’ospedale di trieste e ha bisogno di aiuto, grazie, grazie. nel silenzio dello scompartimento al completo, alzo gli occhi sulla sua panza e sul suo bastone, sul baffo e il capello bianco e con voce fredda gli dico “non penso. mi dispiace, arrivederci.” i suoi occhi si scoprono scoperti e, pur trattenendosi in pubblico in un mannaggia a questo, mannaggia a voce alta, balbetta qualcosa di non molto carino nei confronti dei miei natali mentre sgombra il campo.

a tappe forzate, malgrado la luce dello scompartimento non funzioni, divoro pagina per pagina, anche nelle gallerie, uno dei libri più belli letti negli ultimi anni. la storia di una portinaia che finge di rientrare negli stereotipi del caso per mascherare la sua intelligenza e la sete di cultura, a servizio in un palazzo dell’alta borghesia parigina, che si incrocia con quella di una bambina che ha deciso di suicidarsi e dare fuoco alla casa tra qualche mese perchè ha capito che la gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia. non ho bisogno di giustificarmi ma non mi succede mai di commuovermi con un libro. qui in un paio di punti è successo, e così di ridere. lo consiglio vivamente a tutti…

leggo le ultime pagine del libro alla stazione di bologna dove ho ancora un po’ da aspettare. sono ancora emotivamente scosso dalla fine del romanzo quando arriva uno che con un teatro tossico di un certo livello mi scuce 15 euro. è importante per me sapere che non sono solo, sì certo che i soldi sono importanti, ma è sopratutto importante sapere che non sono solo…ti ringrazio davvero…perchè tu lo sai che l’equilibrio psicofisico del sè parallelo… mentre riprendo il treno mi chiedo come sia stato possibile.

non vedo l’ora di arrivare a casa. dalla donna che amo. e chiederle se ha pensato un nome per il gatto. e porca puttana come ho fatto a dargli 15 euro?

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old school!

Gennaio 12, 2008

da tempo promettevo questa foto… un giorno di questi, se mi andrà, magari mi metterò a scriverci dietro qualcosa…

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in piedi da sinistra:
Prof. G. Dorigato – Thomas Piccolo – Davide Vettori – Eduard Scoccimarro – Pietro Rubaltelli – Alessandro Minin – Prof. G. Monaco
Seduti: Mario Rossa – Alberto Vedovato – Emiliano Zabatta – Pablo Rossi – Simone Rossetto – Massimo Citran
Accosciati: Alessandro Mazzari – M. Botteri – D. Vladov – Francesco Scattolin – Matteo Innocenzi.

Campionati studenteschi 1993/1994 – Semifinali Nazionali di Salsomaggiore Squadra di calcio del Liceo Scientifico Cornaro.

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‘a mark, ma ‘n ce l’hai ‘na casa? e una moka?

Gennaio 9, 2008

una volta tanto, chi crede di essere una persona che ci passa le giornate, dovrà fare i conti con la nuda verità: non siamo nessuno, in confronto a mark malkoff (d’ora in poi “gigetto from aiki:a”). Gigetto from aiki:a, con la scusa di una disinfestazione del proprio appartamento, visto che la moglie è tornata per l’occasione dai parenti, fermamente convinto dell’impossibilità di adattarsi a stare in casa di qualche amico e adducendo che un albergo sarebbe stato una spesa eccessiva, ha pensato bene di vivere all’ikea (sorry, aiki:a) per una settimana. La notizia, trovata sul sito della reuters, mi ha spinto ad approfondire la conoscenza di questo gigetto from aiki:a. Mark lives in ikea, il sito dove gigetto descrive e racconta a forza di video questa avventura spesa 24/7 nell’ipermercato del mobile scandinavo. D’altra parte gigetto nostro si era reso protagonista di un’altra impresa: 171 starbucks in un giorno. dice che in ogni starbuck di manhattan aveva fatto una ordinazione, il che evidentemente tanto bene non gli ha fatto visto che, dopo quattordici ore sulla sua fidata bici, la caffeina, oltre a disidratarlo fino a rendere necessario un autista per continuare questo tour de force, lo aveva mandato un filino in bambola: era disorientato al punto di essere finito – in sei diverse occasioni – per due volte nello stesso negozio…

diciamo pure senza paura che gigetto from aiki:a è un cretinetti. il video del suo primo giorno lo conferma:

però due cose vanno dette: uno, che togliersi la soddisfazione di saltare da un letto all’altro in un mobilifico non è cosa da poco; due, che per quanta notorietà possa dare, una settimana mangiando tutti i giorni al ristorante dell’ikea non la auguro veramente a nessuno…

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arriva natale

Dicembre 18, 2007

e io me ne fotto.

sarebbe stato bello fare un post così, due righe e via. ma alla fine, siccome vedo che gli aficionados cliccano e cercano di leggermi non trovando niente di nuovo, faccio alcuni aggiornamenti.

domenica sera ho visto irina palm. consiglio assolutamente. (una recensione, volendo, la trovate qui)

continuo a girovagare a casa di amici e montare mobili ikea. a proposito, la pagina di wikipedia (quella in inglese) è fantastica. un riassunto per voi? ecco: i nomi hanno un senso. i letti, per esempio, sono posti in norvegia. le sedie, posti in finlandia. solo che i nomi non hanno sempre lo stesso significato:

A well known example was the bed frame GUTVIK. As the word can be pronounced Gootfick it invites German-speaking people to understand it like gut fick which is somewhat close to “good fuck” in German.

e lasciando da parte tutta la questione dei paradisi fiscali e della più grande fondazione di beneficenza del mondo (anche più di quella di Bill Gates!)  che di beneficenza non ne fa poi tanta (per tacere della giovanili simpatie naziste del fondatore), ci sono almeno un paio di aneddoti nel fronte “community impact” che valgono un minuto del nostro tempo.

  • In Saudi Arabia three people were crushed to death in September 2004 when IKEA offered a limited number of free $150 vouchers.
  • The IKEA store in Jeddah used to be a popular place for flirting for unmarried couples, a practice strictly forbidden by Saudi rigorous religious law. The religious police would then frequently raid the IKEA store to lecture patrons or chastise them on what is considered indecent or inappropriate behaviour.