partiamo da una premessa. (Che questo post non sarà allegro, ed anche un po’ palloso, è un fatto e non una premessa.) La premessa è che da che son vivo, ho sempre desiderato andarmene dal posto dove son nato, il veneto, per una qualunque destinazione nel mondo. Anni a cantare “piccola città bastardo posto“, anni a dirmi che altrove era meglio che qui. ma pigrizia e povertà mentale (quel buco nero per cui non hai soldi e quindi non puoi andartene; o se prima non hai un lavoro , dove vai?), la forza quasi invincibile di “comodo ma come dire poca soddisfazione“, alla fine mi hanno fatto restare qui. Conosco un sacco di gente che si è mossa, che si è spostata, che ha – magari solo per un periodo – fatto un pezzo della sua strada altrove. E comprendendoli intimamente, in quella voglia di fuggire, in quella voglia di giocarsela per davvero, da soli, quasi senza rete, ho sempre parlato loro come se anche io me ne fossi andato, come se io e loro fossimo sullo stesso piano. Perchè in fondo mi son sempre sentito un esule, un diverso, un emarginato, il più povero tra i miei amici, un padovano atipico. Ma se queste sensazioni, in quanto tali, cioè in quanto vissute, sono vere, non sono per questo giustificate. C’è una differenza con la mia amica che ha fatto l’erasmus in germania; o con quella che è andata in australia; o con la coppia che partì per il canada e tornò mesi dopo, scoppiata, o ancora con l’amico ingegnere che ha trovato lavoro in germania e poi in spagna. la differenza sta nel fatto che io, lì, non ci sono andato. la differenza sta nel fatto che io non ho nemmeno fatto l’università in un’altra città (giacchè fermato seduta stante da un “io non ho i soldi per pagarti l’università in un’altra città…giurisprudenza c’è anche qui, è molto buona, perchè dovresti andartene?“). non ho fatto l’erasmus. nè il leonardo. nè uno stage all’estero. ma non ho fatto nemmeno una cazzo di summer school, un corsino di inglese alle superiori, niente. niente di niente.
e il coraggio, quel coraggio che in realtà già non avevo a 15-20-25 anni, ora non ce l’ho più. Ora davvero non mi muoverei senza un lavoro. Ora le paure sono più delle voglie, o delle speranze. E la mia laurea non aiuta: quel che so mi basta a malapena per orientarmi in italia, e all’estero non serve. o volete dirmi che sapere che “electa una via non datur recursus ad alteram” possa essere in qualche modo utile? il latinetto, cazzo, ci affidiamo al latinetto.
Ora, dicevo, mi cago addosso. Non riesco nemmeno a immaginarmi in un altro posto, in un altro contesto, anche lavorativo. E il fatto che inizia a piacermi, tutto sommato, l’idea che la città dove sono cresciuto sia il posto dove vivrò mi spaventa ancora di più. Mi si replicherà che sto diventando grande e son solo paure delle responsabilità, di prendere un mutuo, di che so io. No, non è questo (almeno, non solo).
Mi spaventano, allora, la mancanza di fantasia e l’attrazione verso la chiusura. Perchè di questo si sta parlando, del compiacersi della pasticceria sotto casa (campione del mondo, eh, certi pasticcini, spaziali!, anche se al costo del platino puro, ma è un o sfizio, cosa vuoi…) o della scena – boccheggiante,ma non completamente morta – culturale (poi c’è sempre venezia dove andare, no?). Della cancelliera che ti saluta con affetto “buongiorno avvocato, che ci racconta oggi?”, delle aule sempre fredde del tribunale. Di una vita dove il problema è il tappeto da mettere in soggiorno, il pokerino quelle due volte al mese, il calcetto quella volta alla settimana (che levami anche quello e poi divento obeso). sulla mancanza di fantasia, non ci si può lavorare; e peggio va se mi metto a pensare alla automaticità nella chiusura in una mentalità da strapaese che comporta il vivere sempre nello stesso posto, oltretutto nella periferia dell’impero, una media provincia dove sono ancora capaci di fare titoloni se si allaga una strada.
insomma, il problema è sedersi. e quando poi -malgrado queste soddisfazioni piccole piccole – quel che vedi quando ti giri sono i metri quadrati di casa tua e ti convinci che in fondo le cose non vanno male, c’è una vocina dentro di me che mi chiede se sono sicuro.
perchè l’adorare il gatto, il fare da mangiare, l’aspettare il ritorno della mia sposa sono cose bellissime. ma qualche volta non bastano. Non basterebbero nemmeno se fuori dalle quattro mure di casa mia ci fosse un’italia migliore, o anche solo un paese civile o normale. il problema quindi è che là fuori non c’è qualcosa di cui andare fieri. non c’è quasi niente di cui andare fieri, e sicuramente se c’è non riguarda la gestione della cosa pubblica, e tantomeno riguarda la massa oppressa dalla tv. finiamola con sto ritornello della massa oppressa dalla tv. se la massa guarda la tv è perchè la vuole guardare e non sa o non vuole pensare a cos’altro potrebbe mettersi a fare. perchè è più facile premere un bottone che guardarsi dentro. perchè quel bottone spegne il cervello, e con quello tutte quelle frustrazioni che chiunque ha. tanto tutti al grande fratello o a striscia. un paese dove la tv risolve più problemi di quanti ne risolve un tribunale è un problema, per me. un paese dove la gente si sveglia e cerca di linciare altre persone, ovvero dargli simpaticamente fuoco non è un problema, per i nostri politici.
chattavo con una persona stamattina: una persona con un bellissimo blog.
me: la situazione è davvero preoccupante e te lo dice uno che stando in veneto
(e anche essendolo, per metà)
11:25 AM di razzismo ne ha sentito negli ultimi 20 anni
ma, vedi, la morte di quel ragazzo l’altra settimana
ha segnato un punto di non ritorno, secondo me.
11:26 AM voglio dire, era già successo, scaramucce e risse politiche e tutto
ma arrivavano in un tempo pacificato, tutto sommato si trattava di una situazione
11:27 AM nella quale c’era stato un rifiuto sostanziale della violenza
nel corpo della società, nella sua maggioranza.
ora, invece, a me pare che si stia andando al far west: presto niente porto d’armi e tutti con la colt sotto la giacca
11:28 AM … anche questa cosa immonda dei roghi alle baracche
me: segnano proprio come dici tu un totale fallimento dello stato
me: del senso stesso dell’esistenza dello stato.
11:30 AM è un paradosso, ma lo stato non serve più. purtroppo non c’è alcun modo di tornare indietro.
e per come la vedo io, sofri, quello anziano, fa bene a cercare di destare gli animi con questa quasi orazione civile. ma io credo che di civiltà in questo posto, ne sia rimasta ben poca.
Concludendo, il problema ce l’ho io ma ce l’avete pure voi. qui l’italia fa schifo. ed ho la ragionevole certezza che non solo potrebbe pure andare peggio, ma che quasi sicuramente lo farà. Io, almeno, mi dissocio in anticipo.