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what’s the use of packing up. /tra il politico e il personale

maggio 20, 2008

partiamo da una premessa. (Che questo post non sarà allegro, ed anche un po’ palloso, è un fatto e non una premessa.) La premessa è che da che son vivo, ho sempre desiderato andarmene dal posto dove son nato, il veneto, per una qualunque destinazione nel mondo. Anni a cantare “piccola città bastardo posto“, anni a dirmi che altrove era meglio che qui. ma pigrizia e povertà mentale (quel buco nero per cui non hai soldi e quindi non puoi andartene; o se prima non hai un lavoro , dove vai?), la forza quasi invincibile di “comodo ma come dire poca soddisfazione“, alla fine mi hanno fatto restare qui. Conosco un sacco di gente che si è mossa, che si è spostata, che ha – magari solo per un periodo – fatto un pezzo della sua strada altrove. E comprendendoli intimamente, in quella voglia di fuggire, in quella voglia di giocarsela per davvero, da soli, quasi senza rete, ho sempre parlato loro come se anche io me ne fossi andato, come se io e loro fossimo sullo stesso piano. Perchè in fondo mi son sempre sentito un esule, un diverso, un emarginato, il più povero tra i miei amici, un padovano atipico. Ma se queste sensazioni, in quanto tali, cioè in quanto vissute, sono vere, non sono per questo giustificate. C’è una differenza con la mia amica che ha fatto l’erasmus in germania; o con quella che è andata in australia; o con la coppia che partì per il canada e tornò mesi dopo, scoppiata, o ancora con l’amico ingegnere che ha trovato lavoro in germania e poi in spagna. la differenza sta nel fatto che io, lì, non ci sono andato. la differenza sta nel fatto che io non ho nemmeno fatto l’università in un’altra città (giacchè fermato seduta stante da un “io non ho i soldi per pagarti l’università in un’altra città…giurisprudenza c’è anche qui, è molto buona, perchè dovresti andartene?“). non ho fatto l’erasmus. nè il leonardo. nè uno stage all’estero. ma non ho fatto nemmeno una cazzo di summer school, un corsino di inglese alle superiori, niente. niente di niente.

e il coraggio, quel coraggio che in realtà già non avevo a 15-20-25 anni, ora non ce l’ho più. Ora davvero non mi muoverei senza un lavoro. Ora le paure sono più delle voglie, o delle speranze. E la mia laurea non aiuta: quel che so mi basta a malapena per orientarmi in italia, e all’estero non serve. o volete dirmi che sapere che “electa una via non datur recursus ad alteram” possa essere in qualche modo utile? il latinetto, cazzo, ci affidiamo al latinetto.

Ora, dicevo, mi cago addosso. Non riesco nemmeno a immaginarmi in un altro posto, in un altro contesto, anche lavorativo. E il fatto che inizia a piacermi, tutto sommato, l’idea che la città dove sono cresciuto sia il posto dove vivrò mi spaventa ancora di più. Mi si replicherà che sto diventando grande e son solo paure delle responsabilità, di prendere un mutuo, di che so io. No, non è questo (almeno, non solo).

Mi spaventano, allora, la mancanza di fantasia e l’attrazione verso la chiusura. Perchè di questo si sta parlando, del compiacersi della pasticceria sotto casa (campione del mondo, eh, certi pasticcini, spaziali!, anche se al costo del platino puro, ma è un o sfizio, cosa vuoi…) o della scena – boccheggiante,ma non completamente morta – culturale (poi c’è sempre venezia dove andare, no?). Della cancelliera che ti saluta con affetto “buongiorno avvocato, che ci racconta oggi?”, delle aule sempre fredde del tribunale. Di una vita dove il problema è il tappeto da mettere in soggiorno, il pokerino quelle due volte al mese, il calcetto quella volta alla settimana (che levami anche quello e poi divento obeso). sulla mancanza di fantasia, non ci si può lavorare; e peggio va se mi metto a pensare alla automaticità nella chiusura in una mentalità da strapaese che comporta il vivere sempre nello stesso posto, oltretutto nella periferia dell’impero, una media provincia dove sono ancora capaci di fare titoloni se si allaga una strada.

insomma, il problema è sedersi. e quando poi -malgrado queste soddisfazioni piccole piccole – quel che vedi quando ti giri sono i metri quadrati di casa tua e ti convinci che in fondo le cose non vanno male, c’è una vocina dentro di me che mi chiede se sono sicuro.

perchè l’adorare il gatto, il fare da mangiare, l’aspettare il ritorno della mia sposa sono cose bellissime. ma qualche volta non bastano. Non basterebbero nemmeno se fuori dalle quattro mure di casa mia ci fosse un’italia migliore, o anche solo un paese civile o normale. il problema quindi è che là fuori non c’è qualcosa di cui andare fieri. non c’è quasi niente di cui andare fieri, e sicuramente se c’è non riguarda la gestione della cosa pubblica, e tantomeno riguarda la massa oppressa dalla tv. finiamola con sto ritornello della massa oppressa dalla tv. se la massa guarda la tv è perchè la vuole guardare e non sa o non vuole pensare a cos’altro potrebbe mettersi a fare. perchè è più facile premere un bottone che guardarsi dentro. perchè quel bottone spegne il cervello, e con quello tutte quelle frustrazioni che chiunque ha. tanto tutti al grande fratello o a striscia. un paese dove la tv risolve più problemi di quanti ne risolve un tribunale è un problema, per me. un paese dove la gente si sveglia e cerca di linciare altre persone, ovvero dargli simpaticamente fuoco non è un problema, per i nostri politici.

chattavo con una persona stamattina: una persona con un bellissimo blog.

me: la situazione è davvero preoccupante e te lo dice uno che stando in veneto
(e anche essendolo, per metà)
11:25 AM di razzismo ne ha sentito negli ultimi 20 anni
ma, vedi, la morte di quel ragazzo l’altra settimana
ha segnato un punto di non ritorno, secondo me.
11:26 AM voglio dire, era già successo, scaramucce e risse politiche e tutto
ma arrivavano in un tempo pacificato, tutto sommato si trattava di una situazione
11:27 AM nella quale c’era stato un rifiuto sostanziale della violenza
nel corpo della società, nella sua maggioranza.
ora, invece, a me pare che si stia andando al far west: presto niente porto d’armi e tutti con la colt sotto la giacca
11:28 AM … anche questa cosa immonda dei roghi alle baracche
me: segnano proprio come dici tu un totale fallimento dello stato
me: del senso stesso dell’esistenza dello stato.
11:30 AM è un paradosso, ma lo stato non serve più. purtroppo non c’è alcun modo di tornare indietro.

e per come la vedo io, sofri, quello anziano, fa bene a cercare di destare gli animi con questa quasi orazione civile. ma io credo che di civiltà in questo posto, ne sia rimasta ben poca.

Concludendo, il problema ce l’ho io ma ce l’avete pure voi. qui l’italia fa schifo. ed ho la ragionevole certezza che non solo potrebbe pure andare peggio, ma che quasi sicuramente lo farà. Io, almeno, mi dissocio in anticipo.

7 commenti

  1. Troppo pessimismo, non va bene. Per carità, io da Padova me ne sono andato (Erasmus per un anno e ora a Milano per lavoro da 8) ma proprio per questo motivo ho imparato ad apprezzarne gli enormi lati positivi. Magari ci torno anzi, quasi sicuramente ci torno.
    Per quanto riguarda l’Italia non esageriamo: siamo messi male, certo, ma ci stiamo confrontando per la prima volta nella nostra storia con un problema sicuramente difficile, vale a dire la convivenza con altri popoli. Ti ricordo che in Francia, dove questo fenomeno è in cordo da quasi un secolo, sono messi come sono messi (vedi le banlieu parigine, e non solo).
    Ti ricordo che nella civilissima Spagna, che da lezioni di moralità a destra e a manca, ai clandestini sparano a vista (o poco ci manca) e li rinchiudono in cpt che non sono tanto diversi da Guantanamo. Per non parlare del problemino che hanno in casa con il separatismo basco.
    Nel civilissimo Regno Unito la settimana scorsa i tifosi del Rangers Glasgow hanno scatenato l’inferno contro i russi e, cosa che non viene mai ricordata, esiste uno dei movimento giovanili neonazisti più importanti d’Europa.
    La Germania non è messa tanto meglio, ma loro perlomeno sono tedeschi e hanno un po’ più di senso dello stato e di rispetto per la cosa pubblica (dimmi come hanno fatto ad assorbire un paese del terzo mondo come la germania dell’est ed essere riusciti a restare a galla alla grande).
    In un paese come la civilissima Austria scopriamo che c’è che tiene sua figlia segregata per vent’anni, la ingravida e tira sù da solo i suoi figli/nipoti senza che nessuno se ne accorga.
    Per non parlare del belgio dei pedofili, o del disprezzo totale per i diritti umani che c’è in russia (lì si che conta solo una cosa: il grano).
    E poi ci sono gli Usa che, nonostante restino l’unico paese che riesce a garantire una libertà di pensiero effettiva ai suoi cittadini è comunque dilaniato dalla piaga del razzismo e della convivenza delle etnie (si cazzo, quelli ragionano ancora in termini di etnie!).
    Non parliamo di Africa o Asia perchè se no non la finiamo più…
    Insomma, la situazione non è certo rosea, ma non è giusto pensare che noi siamo il peggio. Oddio, spesso la cosa viene in mente anche a me, ma poi mi passa. E adesso ti faccio io la domanda da un milione di dollari: ma in un contesto del genere, gatto a parte, non dirmi che non avete mai pensato all’allargamento della famiglia. E allora si che sono cazzi…

    P.S.
    scusa se sono stato un filo lungo…😀


  2. Ho letto meglio ora questo bello postarello
    Scindiamo però: la parte Italia di merda come sai la sottoscrivo, ma la condanna della maturità psichica no. A me sembra che sovrapponi, lavoro politico individuale e raptus esplorativo adolescenziale. E certo che qualche duno ha fatto due viaggi da regazzino, mica perchè era nobile, ma perchè era il suo modo di allungarsi. Non è che se tu non l’hai fatto mo’ de bbotto sei un provinciale.
    Conosco un sacco di giovani, ricchi e viaggiatori. La testadicazzità in certi casi è rimasta costante.
    e un si pole mica sta sempre a saltà da un posto a un antro. Specie quando non ti va.
    Io amo molto le cose che ami te: il ritorno di Mister C, il mio gatto acciambellato.
    Se proprio proprio dovesse buttare male, ma molto molto. In caso prendo il tutto e mi faccio sedentaria in un altrove. Ma non vedo perchè dovrei averne voglia.


  3. Bel vaso di Pandora hai scoperchiato! E’ da ieri sera che penso a come sintetizzare le mille cose che ci sarebbero da dire..facciamo che soprassiedo sull'”italiani brava gente” perchè son certa che ci sarà altra occasione.
    Sulle sensazioni più personali..è bene esser terrorizzati, terrorizzati dalla paura di sedersi, è questo che ti eviterà di farlo davvero fino in fondo.
    Andare via o restare. Entrambe fughe a loro modo. Con fantasmi enormi dietro.
    Io, che invece sono spaventatissima dalla mia non appartenenza ad alcun luogo, mi trovo a farmi la domanda: sono andata via, per cosa? Quando nel cambiamento non vedi cambiamento non hai più neppure quella speranza.
    L’esser in potenza di dà ancora la speranza dell’atto, quindi ti voglio positivo.
    Non importa dove ma come.
    Vabbè, ok, la smetto con le banalità
    Basi


  4. scrivevo in chat ieri

    me: quel che voglio dire è che mi son sempre sentito diverso
    senza esserlo in realtà
    2:07 PM me: che nonostante questo non ho mai preso le palle in mano e preso la via dell’estero
    che cmq la situazione è drammatica
    dal momento che attorno a me l’italia invecchia male
    2:08 PM e io restando chiuso nel mio orticello mi chiudo ancora di più e mi rendo conto che non basta che le cose vadano bene nel privato.
    perciò, da un certo punto di vista sarei pronto a partire,
    2:09 PM ma ormai mi sono chiuso troppo e non ho più le forze per andarmene.
    sono troppo vecchio per il lavoro
    e troppo legato per andare via da solo
    il paese è allo sfascio
    2:10 PM e io non posso farci nulla
    d’altra parte anche andarsene non è la soluzione.
    così, insomma. poca poca chiarezza.

    insomma, io per primo mi rendo conto che si tratta di ragionamenti contorti e forse controversi. ma resta la frustrazione, l’insoddisfazione di chi ha 30 anni in questo paese ed alle spalle ha una famiglia normale, con genitori pensionati,e si rende conto che il grado minimo di benessere raggiunto dalle generazioni precedenti potrà forse (e dico forse) essere eguagliato, ma sicuramente non superato.
    Giacomo dice -sostanzialmente- due cose: uno, che il problema è economico; due, che per come la metti, le magagne (politicamente e a livello di diritti) sono ovunque. Quanto alla prima il problema è anche economico, ma non solo: tant’è che tu stesso sposti il piano e parti con una sequenza di luoghi nei quali alla fin fine qualcosa per cui lamentarsi uno ce lo può trovare sempre. Ma bastasse il livello economico, ci si può fermare a pensare a come le attuali politiche – mondiali – non siano adeguate a dare risposte alla crisi e a quanto questa crisi si aggraverà. Le diseguaglianze aumentano, anche in italia. E non mi fa certo piacere il sospetto di trovarmi dalla parte di quelli che non ce la fanno ad arrivare a fine mese (ammesso e non concesso che non solo ciò sia auspicabile per qualcuno ma persino che sia ammissibile in una società degna di questo nome).
    Quanto alle libertà civili, in fondo, l’italia per come l’ho vista in questi primi anni di vita, è un paese tollerante, sicuramente non laico, ma “illuminato” dalla forte radice cattolica. Il problema qui semmai è che i tempi della chiesa non sono quelli di tutti noi. E che tendenzialmente la chiesa ama l’ordine, un ordine che gli viene promesso dalle forze politiche che ci sono in italia. ma anche la spagna di franco era un paese ordinato, le chiese erano belle e pulite e … capisci quel che voglio dire?

    @zau. hai ragione, confondo i piani e non chiarisco le premesse.molto spesso io subisco il cambiamento, non lo anticipo (premessa 1): sicchè il carico esterno (politicamente parlando) in teoria dovrebbe essere un motore della mia azione. ma il processo che vedo in me non è detto che sia maturità, o almeno non ne sono ancora sicuro: e già il fatto che a 30 anni ci si debba ancora chiedere se si è maturi non è un bel segno. ribellismo adolescenziale stiracchiato oltre i tempi. se e per quanto ti possa consolare, ne parlerò con il mio psicoterapeuta. la sensazione di provincialismo, invece, quella non me la toglie nessuno: anche qui, la consapevolezza di esserlo aiuta, ma il ritratto che ne esce non è sto granchè.

    @deb: la speranza è relativa, anzi mi si dice che crescere è proprio mettertela via in larga parte, è accettare … ci sono dei distinguo, certo.ma più la vita procede più raccogli i frutti del passato invece che seminarne di nuovi. (mi sto buttando un pochino sul tragico, ma è più per far passare l’impressione che ne resta che perchè io veda la mia vita futura senza speranza).sul non importa dove, ma come, invece perfettamente d’accordo.


  5. non siamo un paese laico, è verissimo, ma non sopravvalutiamo l’influenza della chiesa nella vita privata e sociale dell’italiano medio. e non facciamo paragoni con il franchismo (so che la tua era una provocazione, chiaro) perché secondo me sono decisamente azzardate.
    il punto è che il 99% dei regimi dittatoriali e para-democratici si sono formati in momenti di fortissima crisi economica e sociale: noi non siamo ancora in fortissima crisi, ma in forte crisi si. e allora bisogna evitare che dal male si vada verso il malissimo, per poi risalire lentamente la china. noi siamo sempre stati un paese un po’ anomalo (o forse no…), questo è un dato di fatto, ma il mio era di fondo un discorso contro il catastrofismo che sencondo me non aiuta.
    insomma, come dicevo nel post di ieri un po’ meno teoria e grandi concetti e un po’ più di mani nella merda, questa può essere la ricetta per cercare di sistemare le cose.


  6. bel post. capisco anche il collegamento tra vita privata e pubblica, e in un certo senso provo simili sensazioni. avendo avuto un bambino che è la cosa più bella del mondo sono anch’io stabilizzato, seppure in una città nuova ma pur sempre stabile in una certa prospettiva di vita domestica futura e incastonato nel destino economico istituzionale burocratico di questo paese. pertanto anche a me vengono gli stessi pensieri malinconici di fuga all’estero, che mi sembrerebbe quasi necessaria perchè siamo in un paese che non ci meritiamo.
    d’altra parte anch’io dividerei però il discorso in due. da un lato la voglia giovanile che mi rimane dentro di partire, che spero di poter parzialmente sublimare in qualche occasione, che c’è per tutti anche quelli che via ci sono stati e che in fondo è una sorta di nostalgia per quello che eravamo stati e soprattutto per tutto ciò che non eravamo stati e avremmo voluto essere. una simile sensazione la provo per il pianoforte che non ho più il tempo di suonare, così come per le città in cui avrei voluto vivere. ma è anche giusto che questa nostalgia rimanga, fa parte del dramma umano interiore la sensazione di incompletezza.
    d’altra parte c’è lo schifo del mondo. io credo che dobbiamo abituarci all’idea che le cose andranno peggio, perchè veramente le cose andranno peggio, ovunque ci troviamo qualsiasi cosa facciamo, a meno che non siamo dei viscidi menefreghisti. siamo restii ad accettare il fatto che le prossime generazioni staranno peggio delle precedenti; non siamo pronti ad accettare riduzioni, rinuncie, e che molte cose finiscano. ma così sarà, per il bene e per il male. questo, se vuoi, è una sorta di destino collettivo. non è detto che sia poi tanto crudele.


  7. @matteo l’incompletezza,già.il senso di frustrazione delle possibilità non avute.tutte cose che alla fine ci mettono in guardia dalla stupidità del vivere di tutti i giorni e del meccanismo consumistico che ci pervade. resta che un po’ bruciano, e in alcuni giorni cose csì bruciano di più.
    invece, sono poco convinto che sia un bene che noi e quelli dopo di noi stiano peggio di chi li ha preceduti, ma in fondo accadrà comunque, sia che io ne pensi bene sia che ne pensi il contrario.



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